Odia gli stupidi e aiuta i deboli (2019)
Akira Zakamoto a mio avviso ha tutte le carte in regola per considerarsi un artista giapponese, per un motivo molto semplice: quando era bambino aveva una sana mania, quella di dedicarsi in ogni momento della giornata alla lettura dei fumetti giapponesi. Questa per lui è stata inizialmente l'esperienza del bambino che legge storie di eroi del tutto surreali, delle metafore eccitanti. Giunto poi il momento della scelta professionale, decide di diventare pittore, e diventa pittore per elezione non a livello di freddezza professionale. Non si inciampa in nessuna accademia di belle arti, ma studia comunicazione, ovvero il rapporto tra la pubblicità e l'oggetto. Nel momento in cui lascia anche questo mestiere assolutamente persuasivo, Zakamoto non dimentica la sua infanzia, la sua fanciullezza legata ai manga, i fumetti giapponesi che per Hugo Pratt erano immagini letterarie. Zakamoto è un pittore che deve tutto al passato, al sogno, ma ha avuto anche una lezione da questa letteratura disegnata: il senso dei guerrieri e dell'eroismo, che rivisita in chiave di giustizia e di sdegno. Le sue sono composizioni tutt'altro che elegiache di cui va apprezzata la solidità interiore di Zakamoto, questa gli consente di considerare uomini e cose nella loro condizione di verità . Per il nostro pittore la rappresentazione dell'uragano è un turbamento dello spirito? Al contrario, ne sa cogliere la metafora come un messaggio ammonitore. La pittura per lui è il mezzo suadente e colto come comunicazione della quotidiana mistificazione della realtà . La propria solidità interiore in questo caso non gli permette di rimanere inghiottito nel mare delle menzogne. Costantemente impegnato in tematiche inquietanti del nostro tempo la sua coscienza attenta di artista e guidata verso un percorso di rappresentazioni impietose. Le sue sono immagini espresse in chiave spesso ironica, divertita e divertente, in altre occasioni anche allucinanti. In ogni evento tematico Akira Zakamoto si attiene alla sua professione di pittore e di cronista del proprio tempo. In effetti il suo racconto è quello di un apocalisse che è funzionale per togliere il velo al presente e poter poi costruire un nuovo futuro in una nuova rivelazione in chiave paradisiaca. Non sarebbe una forzatura dichiarare che Akira Zakamoto sia l'erede del realismo socialista che si muove in Italia in un arco di tempo che va dal 1946 al 1970 di artisti già in quel periodo sulla cresta dell'onda della critica e del mercato e che nel contempo riuscivano ad eseguire delle allegorie sulla lotta di classe e sulla lotta giovanile del '68 di giovani borghesi diventati anti borghesi. Akira Zakamoto è invece un pittore di talento tutt'altro che realista quanto mai surreale. E' un inventore suadente di metafore capace di conciliare l'eleganza delle forme con il contenuto spesso e volentieri inquietante. L'esecuzione pittorica è sempre ineccepibile, Zakamoto gioca sulle tonalità , sui contrappunti cromatici, sulla delicatezza dei passaggi e per lui dipingere è come per il compositore musicale creare armonia e non disarmonia, la disarmonia è ciò che lui nota all'esterno del mondo, qui sta la sua denuncia verificabile nei suoi lavori recenti, nel ciclo del 2015 assolutamente importante sulla scena pittorica italiana che oggi non ci regala contenuti ma costrutti estetici per le case che necessitano di status symbol economici. Ciò che stupisce è avere ancora oggi un pittore che opera su dipinti per dare un messaggio e nel contempo è anche uno scrittore che passa il suo tempo in viaggio a scrivere. L'autore privilegia visioni telluriche e, nel contempo, fatto curioso, riprende Venezia con la tranquillità espressiva di un pittore di tradizione paesaggistica oppure di architettura urbana, è qui gioca in modo colto e subdolo come tutti gli intellettuali del pennello che non fanno sconti quando affondano la loro lama in fastidiose verità. I suoi quadri non sono fastidiosi a livello visivo, in apparenza sono piacevoli, di decoro, ma la differenza che passa tra Zakamoto e un artista dell'arte povera del 68, è che gli artisti del 68 utilizzavano materiali curiosi, inusuali come la merda di Manzoni e la borghesia li strapagava anche se i lavori erano stati pensati per non poter essere vendut, mentre Zakamoto fa un altro gioco, molto più raffinato, offre alla borghesia colta, partecipe, il suo messaggio che appeso alle pareti può essere piacevolmente decorativo e osservato a fondo può donare coscienza non sociale ma universale. Il romanziere francese Andrè Gide avrebbe definito Zakamoto "un avertisseur", i suoi lavori infatti sono un costante avvertimento. Paolo Levi
In queste tele rivivono Gundam, Actarus, Devilman e Goldrake. Guerrieri ed eroi, eletti a giustizieri supremi nella pittura di immagini tutt'altro che sentimentali, quanto più evocative e significative. Sono immagini che trasmettono messaggi inequivocabili, spesso ironici, talvolta surreali, attraverso un linguaggio universale che si appella ai ricordi dei cartoni animati, ancora oggi presenti nella memoria di chi guarda
Nella raffigurazione del guerriero-eroe, subisce il fascino delle fasi eroiche delle dittature. Osservando "Cold war" e "Jeeg", infatti, non si può fare a meno di pensare ai manifesti di propaganda nazista, alla solennità delle pose ritrattistiche di Mao Tse-tung ("In gold we trust"), o alla celeberrima chiamata alle armi dello Zio Sam rivolta ai giovani americani.
Il pop-politico di Zakamoto indaga il rapporto tra messaggio e oggetto in dipinti che sembrano rèclame pubblicitarie. La mistificazione del quotidiano si rivolta nella condanna dei valori economici, della stessa cultura pop e delle sue menzogne (sopra tutti "Actarus7up" e "Putsch" che distrugge un verosimile Palazzo Montecitorio), come se l'artista fosse mosso dal dovere di raccontare il suo tempo, senza riuscire a tenere a freno l'aspra critica alla contemporaneità.
Quello di Akira Zakamoto è un mondo di forti contrasti e di iperboli, che ragiona sulla vita attraverso le metafore del gioco e dell'infanzia. E' una scelta carica di significati, poichè le immagini futuribili e fantastiche che realizza sono una sublimazione del perpetuo ciclo di creazione e distruzione.
Il grande formato delle tele si fa veicolo amplificato del messaggio insito nelle immagini, è proiezione dell'importanza che dovremmo porre nel considerarli, ma anche del potere che possiedono, mentre il punto di fuoco abbassato o rialzato ci invita a porci in una diversa prospettiva.
Il realismo della pittura di Zakamoto, in cui convivono la lezione figurativa americana di Alex Kats con quella Pop di Takashi Murakami, trascrive dalla dimensione cinematografica l'immediatezza espressiva delineando perfettamente corpi e oggetti, anche un semplice giocattolo si trasforma in un'icona monumentale della cultura e della società contemporanea. Questa verosimiglianza scuote le coscienze offrendo una lente privilegiata attraverso la quale percepire il mondo e auspicare un avvenire migliore.
Marcella Magaletti
Il Giappone del dopo Hiroshima, per definizione post-apocalittico, è stato l’ambientazione dell’immaginario animato televisivo dei bambini italiani degli anni ‘80. Il guerriero-eroe si aggirava quasi sempre in panorami desolati nei quali l’unica via di scampo erano i valori marziali (rispetto, forza, sacrificio) e la tecnologia di androidi e robot. L’intelligenza artificiale era già presente in quei racconti, con il compito di salvare il genere umano da invasioni e catastrofi. I robot antropomorfi erano animati dai loro piloti, ma avevano anche una loro anima, espressioni facciali e una sorta di cuore d’acciaio che gli permetteva di agire per il meglio anche in autonomia. La stragrande maggioranza dei robot era apparentemente di sesso maschile, ma nessuno si poneva domande inerenti il sesso o i sentimenti che i robot sentivano l’uno per l’atro. Quei prodigi della tecnica e della meccanica si potevano innamorare?